Opinione scritta da Locuste
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Ristoranti
2012-05-16 20:34:22
Locuste
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Opinione inserita da Locuste 16 Mag, 2012
#1 recensione -
#1 recensione -
Recensione
Data di visita
Ottobre 04, 2006
Recensione
Sede di una famosa sagra dell’uva, Marino – cittadina dei Colli Albani – rappresenta anche un’ottima meta per gite gastronomiche; numerosi sono i locali a disposizione dei turisti, non tutti però rappresentano degnamente la cucina regionale. Il locale qui presentato è però una sicurezza già dal nome: "A casa mia" evoca una cucina tradizionale e genuina, e i risultati non deludono. Daniele Bertinelli, il gestore, parte annunciando un antipasto leggero, ma via via sfodera tutti i capisaldi della gastronomia locale con qualche "licenza poetica" che non scontenta affatto. Il tutto a prezzi decisamente abbordabili.
Già a partire dall’antipasto si può constatare la bontà della nostra scelta: in successione arrivano fritto misto di verdure, coppiette (specialità locale, costituita da carne di cavallo essiccata con abbondante sale e peperoncino), ottimi affettati e qualche azzardo, come la fettina di arancia fritta nella pastella.
Finito l’antipasto arriva il momento dei primi: il periodo fine estate-inizio autunno è segnato indelebilmente dai funghi dei boschi della zona, che ritornano anche nei piatti proposti dai ristoranti locali. Si possono quindi assaggiare i tagliolini ai funghi porcini, ottimi, ed altri primi di buona qualità come le trofie (leggermente diverse dalla ricetta genovese) ai quattro formaggi con zucchine fritte ed i ravioli di carne e ricotta.
Dopo aver messo a dura prova anche qualche accanito mangiatore, lo chef passa ai secondi: oltre alle classiche bistecche di filetto (ai porcini, al pepe verde, allo speck), all’immancabile abbacchio ed agli straccetti è possibile degustare anche gli arrosticini, specialità abruzzese. Va detto però che i secondi, sia pure di ottima qualità, non sono al livello delle portate precedenti sul piano dell'abbondanza. Infine, nota ancora positiva, i dolci: in particolare la torta con millefoglie e pezzetti di cioccolato o fragola, da provare. La scelta dei vini non è particolarmente ampia (solo un paio di etichette doc, oltre ai classici vini dei colli) ma sufficiente ad allietare la serata.
Già a partire dall’antipasto si può constatare la bontà della nostra scelta: in successione arrivano fritto misto di verdure, coppiette (specialità locale, costituita da carne di cavallo essiccata con abbondante sale e peperoncino), ottimi affettati e qualche azzardo, come la fettina di arancia fritta nella pastella.
Finito l’antipasto arriva il momento dei primi: il periodo fine estate-inizio autunno è segnato indelebilmente dai funghi dei boschi della zona, che ritornano anche nei piatti proposti dai ristoranti locali. Si possono quindi assaggiare i tagliolini ai funghi porcini, ottimi, ed altri primi di buona qualità come le trofie (leggermente diverse dalla ricetta genovese) ai quattro formaggi con zucchine fritte ed i ravioli di carne e ricotta.
Dopo aver messo a dura prova anche qualche accanito mangiatore, lo chef passa ai secondi: oltre alle classiche bistecche di filetto (ai porcini, al pepe verde, allo speck), all’immancabile abbacchio ed agli straccetti è possibile degustare anche gli arrosticini, specialità abruzzese. Va detto però che i secondi, sia pure di ottima qualità, non sono al livello delle portate precedenti sul piano dell'abbondanza. Infine, nota ancora positiva, i dolci: in particolare la torta con millefoglie e pezzetti di cioccolato o fragola, da provare. La scelta dei vini non è particolarmente ampia (solo un paio di etichette doc, oltre ai classici vini dei colli) ma sufficiente ad allietare la serata.
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Ristoranti
2012-05-16 20:32:36
Locuste
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Opinione inserita da Locuste 16 Mag, 2012
#1 recensione -
#1 recensione -
Recensione
Data di visita
Febbraio 19, 2011
Recensione
A guardarlo in prospettiva, in questo locale della ricca e modaiola zona Fiera c'è tutta la storia della ristorazione milanese. Un tempo, dal 1967, era il raffinato ristorante Lucia, poi rinominato Play Time e rivoluzionato nell'aspetto in piena sintonia con la "Milano da bere" degli anni Ottanta. Oggi, con il nome di Casa Lucia, è tornato a essere un ritrovo raffinato per buona borghesia e qualche VIP, ma - segno dei tempi - vive un po' all'ombra dell'adiacente ristorante giapponese Kiyo, famoso per lo chef che ha lavorato alla corte del mitico Nobu. Sia come sia, il Casa Lucia presenta un'offerta culinaria di qualità abbinata a un ambiente di classe e a un servizio del tutto inappuntabile. Tutto perfetto, forse persino troppo, al punto che resta l'impressione che manchi un po' di "anima".
Difficile eccepire qualcosa, comunque, sul menu, a cominciare dagli antipasti che, ad affettati di alto livello (crudo di Norcia, lardo di Colonnata, culatello di Zibello e il celebre Pata Negra), uniscono qualche proposta ispirata ad altre tradizioni regionali: carciofi con gamberi e bottarga, dalla Sardegna, oppure le puntarelle con stracciatella, rivisitazione nel segno della leggerezza delle puntarelle alla romana. Interessante anche la tartare di salmone al lime e pinoli. Degnissima la cantina: ampia scelta di spumanti e champagne (tra cui gli immancabili Cristal e Dom Perignon) ma anche qualche bottiglia dalla Francia e vini italiani di ogni regione. Il Barbera d'Asti Superiore delle cantine di Michele Chiarlo è sempre affidabile.
Primi piatti decisamente eterogenei nei sapori: dalla terra al mare e ritorno. Le crespelle verdi di persico alle erbe sono accattivanti, ma piuttosto anonime nella realizzazione. Attirano i pici con punte di filetto e porcini così come i cavatelli ai gamberi e asparagi. Tra i secondi, d'obbligo puntare sulla carne alla griglia, specialità della casa: ottima la costata di fassona, in alternativa tagliata o filetto di manzo (anche ai mirtilli). Oltre alla stuzzicante tartare con pere e grana, non manca qualche secondo di pesce come il filetto di branzino in crosta. Ci si aspetterebbe decisamente qualcosa di più, invece, sul fronte dei dolci, che non vanno oltre i classici tiramisù e crema catalana. Conto finale elevato, ma non inarrivabile.
Difficile eccepire qualcosa, comunque, sul menu, a cominciare dagli antipasti che, ad affettati di alto livello (crudo di Norcia, lardo di Colonnata, culatello di Zibello e il celebre Pata Negra), uniscono qualche proposta ispirata ad altre tradizioni regionali: carciofi con gamberi e bottarga, dalla Sardegna, oppure le puntarelle con stracciatella, rivisitazione nel segno della leggerezza delle puntarelle alla romana. Interessante anche la tartare di salmone al lime e pinoli. Degnissima la cantina: ampia scelta di spumanti e champagne (tra cui gli immancabili Cristal e Dom Perignon) ma anche qualche bottiglia dalla Francia e vini italiani di ogni regione. Il Barbera d'Asti Superiore delle cantine di Michele Chiarlo è sempre affidabile.
Primi piatti decisamente eterogenei nei sapori: dalla terra al mare e ritorno. Le crespelle verdi di persico alle erbe sono accattivanti, ma piuttosto anonime nella realizzazione. Attirano i pici con punte di filetto e porcini così come i cavatelli ai gamberi e asparagi. Tra i secondi, d'obbligo puntare sulla carne alla griglia, specialità della casa: ottima la costata di fassona, in alternativa tagliata o filetto di manzo (anche ai mirtilli). Oltre alla stuzzicante tartare con pere e grana, non manca qualche secondo di pesce come il filetto di branzino in crosta. Ci si aspetterebbe decisamente qualcosa di più, invece, sul fronte dei dolci, che non vanno oltre i classici tiramisù e crema catalana. Conto finale elevato, ma non inarrivabile.
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Ristoranti
2012-05-16 20:30:22
Locuste
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Opinione inserita da Locuste 16 Mag, 2012
#1 recensione -
#1 recensione -
Recensione
Data di visita
Mag 10, 2008
Recensione
Una bella mangiata non ha colore politico. Lo diciamo subito perché chi entra al Carroccio sappia già cosa aspettarsi: esattamente quello che il nome fa intuire. Tra profusioni di bandiere, stendardi e manifesti in cui il verde la fa indubbiamente da padrone, non mancano neppure i fucili di bossiana memoria, per fortuna saldamente appesi alla parete e usati - speriamo - soltanto per la selvaggina. Folklore "padano" a parte, però, l'aspetto di questo magnifico cascinale ristrutturato, con tanto di bel giardino esterno, suscita un mormorio di ammirazione. E lo stesso stupore è destato dai prezzi, vero punto di forza del locale: soltanto 23 euro per un menu davvero faraonico, non solo per la presenza dell'omonimo volatile.
Se la cifra non vi impressiona, sappiate che il menu in questione comprende la bellezza di 3 primi e 4 secondi, oltre ad antipasto, dolce, caffè, amaro e vino a volontà: la soluzione ideale, insomma, per chi non si vuole porre limiti di... capienza (e di tempo). Non altrettanto soddisfacente la qualità dei piatti, talvolta approssimativa, se si eccettuano i "superclassici" della cucina locale.
L'antipasto va per le spicce: affettati senza infamia e senza lode (salame, pancetta, mortadella e speck), fagioli, cetrioli sottaceto, acciughe e pomodorini sott'olio, da assaggiare con il tipico pane al rosmarino. Il vino rosso della casa, a dispetto delle bottiglie pregiate alle pareti, è appena sopra la soglia di bevibilità; un po' meglio il bianco.
Nel tris di primi che segue a stretto giro di posta, soprattutto uno è convincente: i tradizionali casoncelli alla bergamasca con pancetta e abbondante burro. Discreto il risotto ai funghi (chiodini), poco riusciti i fusilli al pesto di rucola. I secondi arrivano con accompagnamento di polenta taragna: apprezzabili il cervo in agrodolce e il coniglio a rosmarino, un po' troppo asciutto l'arrosto di faraona. I bocconcini con patate e piselli non sono indimenticabili. Dopo questo bombardamento di cibo, se c'è ancora spazio per il dolce, ecco il salame di cioccolato e la torta della casa. Seguono il caffè e l'amaro alle erbe o la grappa bianca, anche se con un piccolo sovrapprezzo (3 euro) è possibile scegliere una delle grappe dalla fornita vetrinetta dei liquori (sottochiave!).
Se la cifra non vi impressiona, sappiate che il menu in questione comprende la bellezza di 3 primi e 4 secondi, oltre ad antipasto, dolce, caffè, amaro e vino a volontà: la soluzione ideale, insomma, per chi non si vuole porre limiti di... capienza (e di tempo). Non altrettanto soddisfacente la qualità dei piatti, talvolta approssimativa, se si eccettuano i "superclassici" della cucina locale.
L'antipasto va per le spicce: affettati senza infamia e senza lode (salame, pancetta, mortadella e speck), fagioli, cetrioli sottaceto, acciughe e pomodorini sott'olio, da assaggiare con il tipico pane al rosmarino. Il vino rosso della casa, a dispetto delle bottiglie pregiate alle pareti, è appena sopra la soglia di bevibilità; un po' meglio il bianco.
Nel tris di primi che segue a stretto giro di posta, soprattutto uno è convincente: i tradizionali casoncelli alla bergamasca con pancetta e abbondante burro. Discreto il risotto ai funghi (chiodini), poco riusciti i fusilli al pesto di rucola. I secondi arrivano con accompagnamento di polenta taragna: apprezzabili il cervo in agrodolce e il coniglio a rosmarino, un po' troppo asciutto l'arrosto di faraona. I bocconcini con patate e piselli non sono indimenticabili. Dopo questo bombardamento di cibo, se c'è ancora spazio per il dolce, ecco il salame di cioccolato e la torta della casa. Seguono il caffè e l'amaro alle erbe o la grappa bianca, anche se con un piccolo sovrapprezzo (3 euro) è possibile scegliere una delle grappe dalla fornita vetrinetta dei liquori (sottochiave!).
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Ristoranti
2012-05-16 20:27:14
Locuste
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Opinione inserita da Locuste 16 Mag, 2012
#1 recensione -
#1 recensione -
Recensione
Data di visita
Novembre 16, 2007
Recensione
Carne alla griglia e menu fissi: una formula semplice che sta prendendo sempre più piede anche nella ristorazione locale dopo essere stata, per anni, la bandiera della cucina “all’americana”. Idea di per sé meritevole, ma da prendere con le molle: non sempre, infatti, si riescono a coniugare le buone intenzioni con un’originalità e una qualità accettabili. Ce la fa, a tratti, l’ostharia Il Glicine, che a dispetto del nome anticheggiante è un moderno e capiente locale non distante da Magenta. Nonostante la posizione piuttosto isolata, da qui passano in molti, compreso l’idolo ciclistico locale Andrea Noè, la cui maglia autografata spicca alle pareti; il successo del ristorante (anche pizzeria) è senz’altro legato alla varietà delle proposte della cucina, che può vantare anche porzioni piuttosto abbondanti.
Moltissime sono infatti le soluzioni a prezzo fisso presentate dalla lista. Nella stagione autunnale si segnala a 30 euro il menu del porcino, introdotto da un appetitoso scrigno di polenta ripiena di porcini su fonduta di parmigiano; abbiamo poi il menu toscano (20 euro) con stinco di maiale di razza cinta senese, il menu del viandante (20 euro) e il menu di mare (35 euro). Tutti i menu comprendono anche acqua, dolce, caffé e un quarto di vino della casa (Barbera o Montepulciano, entrambi a dire il vero non eccezionali). A riassumerli tutti c’è il menu degustazione a 32 euro, che inizia con una sfilza di antipasti di livello più che discreto: salumi (coppa, pancetta, salame e crudo), nervetti con fagioli, insalata russa, alici marinate.
Si passa poi a un tris di primi che comprende risotto ai porcini – il più convincente – ravioli al burro e salvia e gnocchetti al sugo, poco entusiasmanti e penalizzati da un condimento troppo ricco di aglio. Il secondo è costituito naturalmente dalla grigliata mista di maiale (costine, braciole, salsiccia, salamelle) con patatine fritte, che però delude un po’ le aspettative: qualità discreta, d’accordo, ma dalla specialità della casa forse ci si attendeva qualcosa in più. Ottimi invece i dolci tra cui segnaliamo il tiramisù, la torta pere e cioccolato e i sorbetti. Al di fuori dei menu programmati, abbondano comunque gli altri piatti in lista: ci limitiamo a ricordare le pappardelle al ragù, le trofie al salame del contadino con ricotta e pomodorini, i casoncelli alla bergamasca, la tagliata di manzo e lo stufato di cervo.
Moltissime sono infatti le soluzioni a prezzo fisso presentate dalla lista. Nella stagione autunnale si segnala a 30 euro il menu del porcino, introdotto da un appetitoso scrigno di polenta ripiena di porcini su fonduta di parmigiano; abbiamo poi il menu toscano (20 euro) con stinco di maiale di razza cinta senese, il menu del viandante (20 euro) e il menu di mare (35 euro). Tutti i menu comprendono anche acqua, dolce, caffé e un quarto di vino della casa (Barbera o Montepulciano, entrambi a dire il vero non eccezionali). A riassumerli tutti c’è il menu degustazione a 32 euro, che inizia con una sfilza di antipasti di livello più che discreto: salumi (coppa, pancetta, salame e crudo), nervetti con fagioli, insalata russa, alici marinate.
Si passa poi a un tris di primi che comprende risotto ai porcini – il più convincente – ravioli al burro e salvia e gnocchetti al sugo, poco entusiasmanti e penalizzati da un condimento troppo ricco di aglio. Il secondo è costituito naturalmente dalla grigliata mista di maiale (costine, braciole, salsiccia, salamelle) con patatine fritte, che però delude un po’ le aspettative: qualità discreta, d’accordo, ma dalla specialità della casa forse ci si attendeva qualcosa in più. Ottimi invece i dolci tra cui segnaliamo il tiramisù, la torta pere e cioccolato e i sorbetti. Al di fuori dei menu programmati, abbondano comunque gli altri piatti in lista: ci limitiamo a ricordare le pappardelle al ragù, le trofie al salame del contadino con ricotta e pomodorini, i casoncelli alla bergamasca, la tagliata di manzo e lo stufato di cervo.
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Ristoranti
2012-05-16 20:24:38
Locuste
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Opinione inserita da Locuste 16 Mag, 2012
#1 recensione -
#1 recensione -
Recensione
Data di visita
Agosto 22, 2005
Recensione
Dell'isola di San Pietro e della sua straordinaria unicità etnica, linguistica e culturale si è detto tutto. L'irripetibile mix fra immigrati tunisini e genovesi, unito agli influssi della vicinissima Sardegna, ha dato vita fra l'altro a una gastronomia peculiare, in cui il tonno fa la parte del leone ma non mancano inconsueti sapori arabi. Le specialità locali vengono proposte da una miriade di ristoranti che affollano la pittoresca e turistica (fin troppo) cittadina portuale di Carloforte; tra questi 'A Ciapeletta è un'originale eccezione. Si tratta infatti di una piccola e raccolta enoteca che, alla degustazione di vini provenienti da ogni parte della Sardegna, unisce assaggi di tutti i piatti tradizionali dell'isola.
Benché la cucina non preveda un menu vero e proprio ma soltanto piatti freddi e taglieri, l'assortimento e la qualità sono degni di un ristorante e il rapporto quantità-prezzo decisamente buono. Fra le tante proposte è assolutamente d'obbligo il couscous alla carlofortina, detto anche cascà e caratterizzato dal suo condimento con legumi freschi, fave e ceci in particolare. Ottimo anche il più classico polpo con patate. Disponibili nella lista una serie di piatti "di terra", dalla salsiccia sarda al pecorino, per chi preferisce gustare i sapori dell'interno.
E' però il tonno, come detto, il vero protagonista: da gustare il sontuoso piatto di affettati, serviti con pomodoro, che ne raccoglie ogni possibile taglio, dal musciame (paragonabile al filetto) alla polpa affumicata, fino alla bottarga. Qui il tonno perde quasi la sua natura di pesce per trasformarsi in un piatto di carne prelibato, ben esaltato da un vino rosso profumato come il Monica di Sardegna. Numerose le altre preparazioni che coinvolgono il tonno, accompagnato da ceci, fave o pomodori; sul fronte dei dolci, invece, bisogna accontentarsi di una crostata di frutta. Si riparte piacevolmente colpiti: il servizio è rapido e cortese, l'atmosfera simpatica e il locale merita un giudizio più che positivo.
Benché la cucina non preveda un menu vero e proprio ma soltanto piatti freddi e taglieri, l'assortimento e la qualità sono degni di un ristorante e il rapporto quantità-prezzo decisamente buono. Fra le tante proposte è assolutamente d'obbligo il couscous alla carlofortina, detto anche cascà e caratterizzato dal suo condimento con legumi freschi, fave e ceci in particolare. Ottimo anche il più classico polpo con patate. Disponibili nella lista una serie di piatti "di terra", dalla salsiccia sarda al pecorino, per chi preferisce gustare i sapori dell'interno.
E' però il tonno, come detto, il vero protagonista: da gustare il sontuoso piatto di affettati, serviti con pomodoro, che ne raccoglie ogni possibile taglio, dal musciame (paragonabile al filetto) alla polpa affumicata, fino alla bottarga. Qui il tonno perde quasi la sua natura di pesce per trasformarsi in un piatto di carne prelibato, ben esaltato da un vino rosso profumato come il Monica di Sardegna. Numerose le altre preparazioni che coinvolgono il tonno, accompagnato da ceci, fave o pomodori; sul fronte dei dolci, invece, bisogna accontentarsi di una crostata di frutta. Si riparte piacevolmente colpiti: il servizio è rapido e cortese, l'atmosfera simpatica e il locale merita un giudizio più che positivo.
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Ristoranti
2012-05-16 20:22:44
Locuste
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Opinione inserita da Locuste 16 Mag, 2012
#1 recensione -
#1 recensione -
Recensione
Data di visita
Mag 23, 2009
Recensione
Rinomato in tutto il circondario e citato dalle principali guide gastronomiche, l'agriturismo Cascina Caremma non deve certo il suo successo a facili mode o entusiasmi volubili. All'azienda agrituristica di Besate bisogna arrivarci, inoltrandosi nelle nebbie del Parco del Ticino, ma ne vale davvero la pena: perché quella messa in piedi da Gabriele Corti è una vera task force tutta dedicata all'agricoltura. Nei 36 ettari a disposizione della cascina, sulle sponde del fiume, si alleva ogni tipo di animale (mucche, polli, oche, faraone, maiali, cinghiali, persino carpe) e si coltivano prodotti biologici certificati di tutte le specie, acquistabili presso il fornito negozio.
Recentemente la cascina si è ulteriormente allargata fino a inglobare un piccolo centro termale: la struttura ora è davvero imponente e in grado di ospitare cerimonie e banchetti. Il ristorante risulta però da evitare nei giorni di maggiore affluenza nei quali si registra purtroppo una cospicua diminuzione dell'accuratezza del servizio e dell'abbondanza delle porzioni.
Si tratta insomma di un agriturismo nel senso più pieno del termine, che alla cucina affianca l'alloggio e l'organizzazione di attività didattiche a contatto con la natura. Ma quando si arriva al momento della cena, non si rischia certo di rimanere delusi, anche perché la quantità di pietanze servite è tale che qualsiasi gusto viene soddisfatto. Il menu è fisso e arrivando si trova già in tavola una serie infinita di antipasti. Ci limitiamo a segnalare i più notevoli: il cotechino e il sanguinaccio con legumi, la crema di gorgonzola, i crostini di mortadella di fegato e l'eccezionale lardo pestato con pane integrale, miele e nocciole. Ottimi anche il salame di testa di maiale con salsa verde, gli involtini di zucchine con lonza e fonduta di formaggio e le crocchette di patate con fonduta di taleggio. Il pane è un dettaglio non trascurato: ce ne sono di diversi tipi, da quello di segale a quello con noci e miele.
Il menu fisso procede con un doppio primo particolarmente abbondante: tra i piatti proposti nel corso del tempo il risotto con radicchio, provola e Sangue di Giuda (una vera prelibatezza) ma anche l'eccellente risotto alle sei erbe del parco, le lasagnette con carciofi e funghi e le mezzelune al primo sale. Non tutti arrivano al secondo, ma alcuni piatti meritano un assaggio: ad esempio l'oca ripiena con polenta macinata a pietra, il pesce persico con verze stufate, la faraona ripiena arrosto. Più che discreto anche il carré di maiale in salsa di rosmarino. Infine è d'obbligo chiudere con i superlativi semifreddi (al miele e marroni oppure al caffé) e con la millefoglie con crema di yogurt e fragoline di bosco, seguiti da caffé e amaro. C'è un rosso della casa ma in cantina le etichette locali la fanno da padrone, soprattutto la Cabanon che si distingue con Bonarda, Barbera e il sublime Syrah. Attenzione, le bottiglie più pregiate fanno lievitare i prezzi, peraltro non elevatissimi: il menu completo ha un costo di 32 € bevande escluse.
Recentemente la cascina si è ulteriormente allargata fino a inglobare un piccolo centro termale: la struttura ora è davvero imponente e in grado di ospitare cerimonie e banchetti. Il ristorante risulta però da evitare nei giorni di maggiore affluenza nei quali si registra purtroppo una cospicua diminuzione dell'accuratezza del servizio e dell'abbondanza delle porzioni.
Si tratta insomma di un agriturismo nel senso più pieno del termine, che alla cucina affianca l'alloggio e l'organizzazione di attività didattiche a contatto con la natura. Ma quando si arriva al momento della cena, non si rischia certo di rimanere delusi, anche perché la quantità di pietanze servite è tale che qualsiasi gusto viene soddisfatto. Il menu è fisso e arrivando si trova già in tavola una serie infinita di antipasti. Ci limitiamo a segnalare i più notevoli: il cotechino e il sanguinaccio con legumi, la crema di gorgonzola, i crostini di mortadella di fegato e l'eccezionale lardo pestato con pane integrale, miele e nocciole. Ottimi anche il salame di testa di maiale con salsa verde, gli involtini di zucchine con lonza e fonduta di formaggio e le crocchette di patate con fonduta di taleggio. Il pane è un dettaglio non trascurato: ce ne sono di diversi tipi, da quello di segale a quello con noci e miele.
Il menu fisso procede con un doppio primo particolarmente abbondante: tra i piatti proposti nel corso del tempo il risotto con radicchio, provola e Sangue di Giuda (una vera prelibatezza) ma anche l'eccellente risotto alle sei erbe del parco, le lasagnette con carciofi e funghi e le mezzelune al primo sale. Non tutti arrivano al secondo, ma alcuni piatti meritano un assaggio: ad esempio l'oca ripiena con polenta macinata a pietra, il pesce persico con verze stufate, la faraona ripiena arrosto. Più che discreto anche il carré di maiale in salsa di rosmarino. Infine è d'obbligo chiudere con i superlativi semifreddi (al miele e marroni oppure al caffé) e con la millefoglie con crema di yogurt e fragoline di bosco, seguiti da caffé e amaro. C'è un rosso della casa ma in cantina le etichette locali la fanno da padrone, soprattutto la Cabanon che si distingue con Bonarda, Barbera e il sublime Syrah. Attenzione, le bottiglie più pregiate fanno lievitare i prezzi, peraltro non elevatissimi: il menu completo ha un costo di 32 € bevande escluse.
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Ristoranti
2012-05-16 14:43:54
Locuste
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Opinione inserita da Locuste 16 Mag, 2012
#1 recensione -
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Recensione
Data di visita
Mag 11, 2006
Recensione
Questo locale tranquillo e raccolto si trova in una stretta traversa della centralissima via Cavour, proprio accanto alle vecchie carceri di Pavia da cui il ristorante prende il nome. La posizione comoda consente di raggiungerlo agevolmente anche a piedi (nella zona il parcheggio è piuttosto difficile). L'aspetto esteriore non fa onore al locale che, però, si riscatta immediatamente una volta varcato l'ingresso, rivelandosi raffinato e piacevole. Inoltre la presenza di una sala al piano superiore permette di gestire bene la clientela anche nelle giornate di maggiore afflusso.
Il menu dell'osteria è basato sulla tradizione pavese: non manca nessuno dei piatti più caratteristici della zona. Tuttavia la cucina si concede qua e là qualche divagazione in territori culinari inesplorati, dimostrando anche una cerca ricercatezza che non può essere male accolta. In particolare si segnalano gli ottimi piatti a base di pesce. Tra i primi, come spesso accade nella zona, sono i risotti a farla da padroni: quello al nero di seppia è il migliore, ma non sfigurano anche il risotto con la zucca e quello ai funghi. Vari piatti di pasta tra cui le lasagne con formaggio e melanzane completano il panorama.
Ottimi come detto i secondi di pesce, ma per chi preferisce la carne le alternative non mancano: è soprattutto la tagliata di manzo, servita in varie preparazioni dalle più classiche alle più originali, a stuzzicare il palato. Di buona qualità anche i dolci della casa. La cantina presenta un buon assortimento di vini, ma i prezzi sono piuttosto alti e possono incidere pesantemente sul conto totale, che si aggira intorno ai 25-30 euro per un pasto completo.
Il menu dell'osteria è basato sulla tradizione pavese: non manca nessuno dei piatti più caratteristici della zona. Tuttavia la cucina si concede qua e là qualche divagazione in territori culinari inesplorati, dimostrando anche una cerca ricercatezza che non può essere male accolta. In particolare si segnalano gli ottimi piatti a base di pesce. Tra i primi, come spesso accade nella zona, sono i risotti a farla da padroni: quello al nero di seppia è il migliore, ma non sfigurano anche il risotto con la zucca e quello ai funghi. Vari piatti di pasta tra cui le lasagne con formaggio e melanzane completano il panorama.
Ottimi come detto i secondi di pesce, ma per chi preferisce la carne le alternative non mancano: è soprattutto la tagliata di manzo, servita in varie preparazioni dalle più classiche alle più originali, a stuzzicare il palato. Di buona qualità anche i dolci della casa. La cantina presenta un buon assortimento di vini, ma i prezzi sono piuttosto alti e possono incidere pesantemente sul conto totale, che si aggira intorno ai 25-30 euro per un pasto completo.
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Ristoranti
2012-05-16 14:40:54
Locuste
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Recensione
Data di visita
Gennaio 12, 2018
Recensione
A volte i dettagli fanno la differenza. Di ristoranti toscani o pseudo-toscani che basano la loro offerta culinaria sulla carne alla brace, a Milano ce ne sono decine e individuare quelli genuini non è facile: la Terza Carbonaia si limita a svolgere il suo compito, ma lo fa senza errori e con qualche piacevole guizzo di originalità. L'aspetto più soddisfacente è il servizio: nonostante il perpetuo affollamento (il locale è anche un'apprezzata pizzeria) il personale riesce a essere sempre veloce ed efficace. Il cambio di piatti, posate e bicchieri ad ogni portata, inoltre, è un gesto di attenzione al cliente che non passa inosservato. Qualitativamente non c'è da aspettarsi nulla di trascendentale, in media però il livello è decisamente discreto. I prezzi sono "milanesi" - non meno di 40 euro il conto finale - ma senza eccessi.
Se c'è qualcosa di trascurabile nel menu sono senz'altro gli antipasti alla carta, ben poco originali: dal prosciutto e melone agli affettati, passando per la caprese. Meglio passare oltre oppure optare per il ricco antipasto a buffet. Meritano invece un assaggio i primi, non solo per le porzioni abbondanti e i condimenti generosi, ma anche per la qualità delle preparazioni: pollice in su per i tufoli al filetto e gli gnocchi al gorgonzola. Tutto da accompagnare con un buon vino: la cantina è mediamente fornita, soprattutto per quanto riguarda i rossi, ma attenzione ai notevoli ricarichi. Da segnalare per qualità/prezzo il Toscana IGT Le Difese della Tenuta San Guido e, benché fuori contesto, il Cannonau delle cantine Contini di Cabras.
Si arriva così alla specialità della casa: la carne alla brace. Non manca nulla, dalla fiorentina (a 34 euro: prezzo onesto) alla costata. Si segnala, per la perfetta cottura e la qualità delle carni, la grigliata mista per due, a cui dà un tocco di originalità la presenza di fegatini e rognoni. Di buon livello il filetto e la tagliata ai funghi porcini e una menzione la meritano anche le patate arrosto. Prima di dedicarsi ai cantucci con vin santo, al caffè e ai robusti digestivi della casa, è opportuno non farsi sfuggire un dolce particolare: la meneghina, in sostanza una fetta di panettone farcita con crema pasticciera e ripassata alla brace. Come rendere appetibile anche il pragmatismo tipicamente milanese...
Se c'è qualcosa di trascurabile nel menu sono senz'altro gli antipasti alla carta, ben poco originali: dal prosciutto e melone agli affettati, passando per la caprese. Meglio passare oltre oppure optare per il ricco antipasto a buffet. Meritano invece un assaggio i primi, non solo per le porzioni abbondanti e i condimenti generosi, ma anche per la qualità delle preparazioni: pollice in su per i tufoli al filetto e gli gnocchi al gorgonzola. Tutto da accompagnare con un buon vino: la cantina è mediamente fornita, soprattutto per quanto riguarda i rossi, ma attenzione ai notevoli ricarichi. Da segnalare per qualità/prezzo il Toscana IGT Le Difese della Tenuta San Guido e, benché fuori contesto, il Cannonau delle cantine Contini di Cabras.
Si arriva così alla specialità della casa: la carne alla brace. Non manca nulla, dalla fiorentina (a 34 euro: prezzo onesto) alla costata. Si segnala, per la perfetta cottura e la qualità delle carni, la grigliata mista per due, a cui dà un tocco di originalità la presenza di fegatini e rognoni. Di buon livello il filetto e la tagliata ai funghi porcini e una menzione la meritano anche le patate arrosto. Prima di dedicarsi ai cantucci con vin santo, al caffè e ai robusti digestivi della casa, è opportuno non farsi sfuggire un dolce particolare: la meneghina, in sostanza una fetta di panettone farcita con crema pasticciera e ripassata alla brace. Come rendere appetibile anche il pragmatismo tipicamente milanese...
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Ristoranti
2012-05-16 14:13:20
Locuste
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Recensione
Data di visita
Luglio 23, 2010
Recensione
ATTENZIONE: purtroppo il ristorante non risulta più in attività.
"Piccolo è bello" potrebbe essere il motto di questo ristorante che, con notevole sprezzo del pericolo, ha recentemente aperto i battenti nella già affollatissima zona di Porta Romana. Davvero ridottissime le dimensioni del locale, quasi invisibile al passante distratto, ma anche quelle della lista, ridotto a pochissime portate (e non è un difetto). I "capricci" della misteriosa Carlotta, se ci sono, stanno più nell'arredamento, elegante ma con qualche stravaganza coloristica, e nella presentazione dei piatti che non nella cucina: l'impostazione del menu si rifà tutto sommato alla tradizione, pur con l'inserimento di qualche moderato elemento "fusion". A dispetto delle apparenze il ristorante gode di un ottimo rapporto qualità-prezzo, almeno per Milano: un menu degustazione completo, dall'antipasto al dolce, è offerto a 28 euro (bevande e coperto esclusi).
Alcune ricercatezze nel servizio sono forse di troppo, ma il dettaglio del pane di varie qualità servito nel sacchetto di carta è da apprezzare. Così come di ottimo livello sono gli antipasti: il gazpacho, presentato in un'inconsueta versione "al calice", non ha nulla da invidiare all'originale spagnolo, neppure dal punto di vista della quantità. Eccellente anche l'accostamento tra avocado e gamberi in una gustosa insalata; in alternativa c'è la più tradizionale caponata. La lista dei vini, a differenza di quella dei piatti, è tutt'altro che ristretta: ampia scelta da tutte le regioni. Da non perdere, per un pasto a base di pesce, il Fiano d'Avellino Refiano delle cantine Pepe. Ma a sorpresa, per chi gradisce, spunta anche qualche birra in bottiglia, come l'ormai onnipresente Menabrea.
Tra i primi, decisamente convincenti gli spaghetti cozze e zucchine, che senza sconvolgimenti reinventano un piatto classico. Meno riuscito l'equilibrio dei ravioli di pesce con rucola e pomodorini, in cui il condimento finisce per soffocare un po' il gusto del ripieno. Come secondo fa la sua figura l'aragostella (mezza, per la verità) con contorno di verdure, ma il menu propone anche una classica tagliata al basilico. Solo per i dolci le opzioni si fanno davvero un po' troppo striminzite: in occasione della nostra visita era presente soltanto il gelato al fiordilatte con fragole. Niente male, ma qualcosa di più "capriccioso" ce lo saremmo aspettato.
"Piccolo è bello" potrebbe essere il motto di questo ristorante che, con notevole sprezzo del pericolo, ha recentemente aperto i battenti nella già affollatissima zona di Porta Romana. Davvero ridottissime le dimensioni del locale, quasi invisibile al passante distratto, ma anche quelle della lista, ridotto a pochissime portate (e non è un difetto). I "capricci" della misteriosa Carlotta, se ci sono, stanno più nell'arredamento, elegante ma con qualche stravaganza coloristica, e nella presentazione dei piatti che non nella cucina: l'impostazione del menu si rifà tutto sommato alla tradizione, pur con l'inserimento di qualche moderato elemento "fusion". A dispetto delle apparenze il ristorante gode di un ottimo rapporto qualità-prezzo, almeno per Milano: un menu degustazione completo, dall'antipasto al dolce, è offerto a 28 euro (bevande e coperto esclusi).
Alcune ricercatezze nel servizio sono forse di troppo, ma il dettaglio del pane di varie qualità servito nel sacchetto di carta è da apprezzare. Così come di ottimo livello sono gli antipasti: il gazpacho, presentato in un'inconsueta versione "al calice", non ha nulla da invidiare all'originale spagnolo, neppure dal punto di vista della quantità. Eccellente anche l'accostamento tra avocado e gamberi in una gustosa insalata; in alternativa c'è la più tradizionale caponata. La lista dei vini, a differenza di quella dei piatti, è tutt'altro che ristretta: ampia scelta da tutte le regioni. Da non perdere, per un pasto a base di pesce, il Fiano d'Avellino Refiano delle cantine Pepe. Ma a sorpresa, per chi gradisce, spunta anche qualche birra in bottiglia, come l'ormai onnipresente Menabrea.
Tra i primi, decisamente convincenti gli spaghetti cozze e zucchine, che senza sconvolgimenti reinventano un piatto classico. Meno riuscito l'equilibrio dei ravioli di pesce con rucola e pomodorini, in cui il condimento finisce per soffocare un po' il gusto del ripieno. Come secondo fa la sua figura l'aragostella (mezza, per la verità) con contorno di verdure, ma il menu propone anche una classica tagliata al basilico. Solo per i dolci le opzioni si fanno davvero un po' troppo striminzite: in occasione della nostra visita era presente soltanto il gelato al fiordilatte con fragole. Niente male, ma qualcosa di più "capriccioso" ce lo saremmo aspettato.
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00
Ristoranti
2012-05-16 14:09:19
Locuste
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Recensione
Data di visita
Agosto 19, 2003
Recensione
Nascosta dietro un cancello e un vialone modello “Eyes Wide Shut”, fra le nebbie della Bassa padana, la trattoria da Ennio non sembra certo desiderosa di farsi trovare, nonostante la location a un passo dal casello autostradale di Caorso. Va detto però che, rispetto ai tempi della nostra prima visita (nel lontano 2003), la propensione al pubblico sembra essere migliorata: perlomeno il cancello si fa trovare aperto! Ciò che invece non è sicuramente cambiato negli anni è il livello della cucina: quella di Ennio rimane la più classica delle trattorie di provincia, con piatti semplici e genuini e ingredienti di eccezionale qualità, specie per quello che riguarda gli inimitabili fritti di fiume. Il ristorante sorge infatti a breve distanza dal torrente Chiavenna, piccolo affluente del Po.
Anche ambiente e caratteristiche del locale sono rimasti sostanzialmente immutati negli anni: atmosfera conviviale, servizio amichevole e familiare, menu quasi fisso con ridotta ma ben studiata scelta di vini. C'è stato un piccolo aumento sul fronte dei prezzi, che in 16 anni si può ben tollerare: dai 28 euro che all'epoca definivamo "medio-alti" (ahinoi) si è arrivati a circa 35 euro per un pasto completo. Per quanto riguarda i piatti, invece, possiamo affidarci quasi integralmente al copia-incolla, a partire dagli antipasti: torta fritta con salumi misti o con solo culatello (8 euro) o pesce in carpione con salsa piccante.
I primi (8 euro) sono tutti legati al territorio piacentino: il top sono i pisarei e fasò, tipici gnocchi di mollica di pane con fagioli. In alternativa tortelli di ricotta ed erbette, tortelli di zucca con burro e salvia e anolini in brodo. Ma il piatto forte della casa rimane sempre il fritto di fiume (13 euro), composto da rane, anguille e pesce gatto fritti in pastella: più leggero di quanto si possa pensare, anche se le porzioni sono davvero faraoniche. Cambiando completamente orizzonte, sono disponibili anche alborelle fritte e frittura mista di mare o di soli gamberi (16 euro), oltre a un'inaspettata costata alla piastra. Il tutto annaffiato da un Gutturnio dei Colli Piacentini o anche da un buon Prosecco.
I dolci sono semplici ed essenziali e fanno in pratica atto di presenza, ad eccezione delle crostate della casa; il resto (semifreddi, panna cotta e sorbetti) è trascurabile. Ma il ristorante, a distanza di quasi vent'anni dal primo, storico pranzo delle Locuste, resta una tappa obbligata per chiunque si trovi a passare da queste parti... e merita senz'altro anche una piccola deviazione.
(data ultima visita: 30-7-2019)
Anche ambiente e caratteristiche del locale sono rimasti sostanzialmente immutati negli anni: atmosfera conviviale, servizio amichevole e familiare, menu quasi fisso con ridotta ma ben studiata scelta di vini. C'è stato un piccolo aumento sul fronte dei prezzi, che in 16 anni si può ben tollerare: dai 28 euro che all'epoca definivamo "medio-alti" (ahinoi) si è arrivati a circa 35 euro per un pasto completo. Per quanto riguarda i piatti, invece, possiamo affidarci quasi integralmente al copia-incolla, a partire dagli antipasti: torta fritta con salumi misti o con solo culatello (8 euro) o pesce in carpione con salsa piccante.
I primi (8 euro) sono tutti legati al territorio piacentino: il top sono i pisarei e fasò, tipici gnocchi di mollica di pane con fagioli. In alternativa tortelli di ricotta ed erbette, tortelli di zucca con burro e salvia e anolini in brodo. Ma il piatto forte della casa rimane sempre il fritto di fiume (13 euro), composto da rane, anguille e pesce gatto fritti in pastella: più leggero di quanto si possa pensare, anche se le porzioni sono davvero faraoniche. Cambiando completamente orizzonte, sono disponibili anche alborelle fritte e frittura mista di mare o di soli gamberi (16 euro), oltre a un'inaspettata costata alla piastra. Il tutto annaffiato da un Gutturnio dei Colli Piacentini o anche da un buon Prosecco.
I dolci sono semplici ed essenziali e fanno in pratica atto di presenza, ad eccezione delle crostate della casa; il resto (semifreddi, panna cotta e sorbetti) è trascurabile. Ma il ristorante, a distanza di quasi vent'anni dal primo, storico pranzo delle Locuste, resta una tappa obbligata per chiunque si trovi a passare da queste parti... e merita senz'altro anche una piccola deviazione.
(data ultima visita: 30-7-2019)
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